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Il torinese Lodovico Scarfiotti, classe 1933, portava con sé l’eredità di un cognome importante. Lui stesso aveva motivato il suo “bacillo” dell’automobile facendo riferimento alle sue origini, a partire dal nonno Lodovico, primo presidente della Fiat e fondatore del Cementificio Scarfiotti di Porto Recanati. Una località turistica molto amata dal giovane Lodovico, che vi trascorrerà la sua infanzia e dove avrà inizio la sua attività sportiva, nel 1947, nella seconda edizione del Circuito bicimotoristico, alla guida di un ciclomotore “Cucciolo”, con il quale si classifica al secondo posto. È l’inizio di una passione che lo accompagnerà per tutta la vita, seguendo le orme del papà Luigi, anch’egli pilota, ricordato come uno dei protagonisti delle prime e avvincenti Mille Miglia (dal 1928 al 1933) al volante di vetture Lancia e Alfa Romeo, con all’attivo numerosi successi e un brillante terzo posto assoluto, nell’edizione del 1932, dietro Borzacchini-Bignami e Trossi–Brivio. Ma Lodovico non vuole essere il ricco erede della dinastia Scarfiotti che si diletta di corse, e lo dimostra con una grande dedizione, sacrifici e forza di volontà. Canestrini diceva di lui che non era uno di quei corridori nati per le corse ma capace di “maturare” per arrivare al successo. E la sua più grande vittoria, quella che decreta la sua consacrazione, è il Gran Premio d’Italia a Monza nel 1966, a bordo della Ferrari 312 F1-66. Un successo reso ancora più entusiasmante perché la vittoria di un pilota italiano su una vettura italiana era attesa da quattordici anni (l’ultimo italiano vincente era stato Alberto Ascari nel 1952).

Fatale sarà per lui un incidente avvenuto durante le prove del “Premio delle Alpi”, seconda prova del Campionato d’Europa della Montagna, l’8 giugno 1968, al volante di una Porsche 910.

Lodovico Scarfiotti e Lorenzo Bandini al MAUTO 1967

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