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I CAVALLI DIVENTANO FANTASMI

 

Sembra la carrozza di Cenerentola ma non lo è: nasconde una magia ben più grande. E’ la magia di un veicolo capace di muoversi da sé, senza più i cavalli sostituiti da un cuore meccanico, il motore. In questo caso è ancora un motore a vapore, realizzato nel 1854 dal Capitano del Genio Virginio Bordino, torinese ((1804-1879), che dopo una lunga permanenza in Inghilterra per studiare la locomozione meccanica, rientrato in patria progetta, con l’intento di svagare la figlia gravemente malata, due vetture a vapore, un calesse a tre ruote e l’elegante vettura con carrozzeria landau giunta fino a noi. Questo veicolo monumentale fu visto circolare a Torino svariate volte, tra il 1854 e il 1865, alla “velocità” di ben 8 km all’ora (in piano) e con un consumo di 30 kg di carbon coke all’ora.

 

Correva l’anno 1829 e al tempio della Gran Madre di Torino, appena edificato per celebrare il ritorno del Piemonte dalla Francia ai Savoia, mancavano soltanto le colonne da innalzarsi sul fronte della chiesa. Fu un giovane ingegnere, luogotenente nel Corpo Reale del Genio militare, a farsi avanti con una sua proposta per assolvere tale incarico. Tra lo stupore e l’iniziale dileggio di molti, Virginio Bordino riuscì, con un macchinario di sua progettazione, a sollevarle e a piazzarle al loro posto senza che fosse necessario segarle in due: un’impresa che di colpo lo rese celebre in tutta la regione. Tanto che, volendo mettere mano anche al Santuario di Vicoforte (Mondovì) per cambiarne le colonne e i capitelli, il Bordino fu di nuovo chiamato per un analogo incarico: che assolse con rinnovato esito felice (“…l’architrave solo da lui con industria affatto nuova estratto dalla cava tradotto con mirabile arte al Santuario ed elevato sopra la porta principale del medesimo…” dice un documento dell’epoca), anche se l’organo da lui stesso costruito e collocato divenne pretesto per infinite polemiche con la municipalità.

Il 1° aprile 1833 Camillo Benso di Cavour e l’avvocato Villa, Sindaci di Torino, scrissero all’ingegnere per esprimergli la loro ammirazione per “i singolari saggi del suo ingegno sul calcolo delle forze motrici, allorché si innalzarono le colonne del peristilio della chiesa oltre Po” e gli proposero di recarsi in viaggio “negli esteri stati per accogliere i nuovi ritrovati della meccanica”, soprattutto della locomozione stradale a vapore. Così il nostro se ne andò fino a Londra, dove esaminò minuziosamente la carrozza di Macerone, a Parigi, dove non sfuggì al suo esame la carrozza dell’Asda,(1835) ed infine in Germania, dove ebbe agio di osservare le “locomotive stradali” in funzione tra Holstein, Maghein, Amburgo, Baden (1836). Fu proprio ricalcando le forme di una carrozza costruita dallo scozzese Scott-Russell e in attività nel 1834 per collegare Glasgow con una vicina località che Bordino, tornato in patria, costruì due bellissime carrozze a vapore, una  a quattro ruote, detta “alla Dumont”, ed un calesse a tre ruote, arrivando a progettare un servizio pubblico di locomotive stradali sia per le persone sia per le merci. Non furono queste le sole sue invenzioni, per esempio inventò anche un “forno a pane” ad uso militare (1853) ma ormai i suoi ritrovati suscitavano, a differenza di quanto era successo nei suoi anni giovanili, sempre più invidie ed ostilità. Confinato dapprima al Forte di Lesseillon e poi a quello di Fenestrelle, dove trascorse metà della sua vita militare, non si perdeva d’animo: progettò un nuovo ospedale e una chiesa all’interno di Fenestrelle, continuò i suoi studi sulle leggi che governano le forze motrici, si occupò di spettacoli e parate militari, finché non fu messo anticipatamente a riposo (1864). I suoi ultimi anni furono amari: morta nel 1865 anche la seconda figliola a soli diciassette anni (la primogenita era morta neonata), perse ogni interesse alla vita e la scienza, e si ritirò con la moglie a Firenze, ove si spense, disconosciuto, nel 1879. Non si parlò più delle sue carrozze a vapore, nonostante le favorevoli prove che esse avevano dato. La vedova decise di vendere il calesse e di donare la carrozza al Museo Industriale di Torino (poi Politecnico), visto che si trattava di un veicolo che, a parte qualche corsa di prova in Torino prima ancora che fosse verniciato, non era mai stato adoperato e non gli si diede l’ultima mano che nel luglio 1865, poco prima dell’esilio volontario a Firenze. Il Politecnico a sua volta, nel 1935, la donò al costituendo Museo dell’Automobile.

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