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DESTINO

 

“Cambiare o morire: l’automobile è al bivio. La parola d’ordine è emissioni zero”, così titolava recentemente un grande quotidiano nazionale. Perché l’automobile è nata elettrica, è cresciuta smisuratamente con la benzina e con il gasolio, e con tutta probabilità morirà elettrica. Il motore di cui sono dotate la stragrande maggioranza delle nostre vetture di uso quotidiano ha centoventi anni almeno, e li dimostra tutti.

 

Il motore a scoppio è un residuato ottocentesco, studiato per un mondo in cui il petrolio era la fonte di energia dell’avvenire, scoperto per caso nel 1859 da un certo Edwin Drake alla ricerca di un’alternativa al grasso di balena usato per l’illuminazione di cui vi era penuria. Certo Drake (sostituito presto da John Davison Rockfeller) non immaginava che, più che per le lampade, il petrolio si sarebbe diffuso per muovere carrozze, poi diventate automobili, e aerei, allora ancora di la’ da venire. E non solo: la grande abbondanza di petrolio di cui abbiamo goduto nel corso del Novecento ha fatto sì che i materiali sintetici derivati dal petrolio, con una gamma infinita di impieghi e gadget usa e getta, hanno invaso le nostre case e la nostra esistenza: fertilizzanti, pesticidi, lubrificanti, gomma, resine, fibre sintetiche, bitumi, cavi elettrici, tubi elettrici, barche, gommoni, divani, infissi, giocattoli, detersivi, protesi, e la lista potrebbe continuare per altre due pagine. Potremmo aver già superato il cosiddetto “picco di Hubbert”, il punto al di la’ del quale il graduale esaurimento rende talmente elevati gli investimenti necessari che questi non sono più sostenibili e la produzione, raggiunto il massimo (il picco di Hubbert), può solo declinare. Potrebbe presto non essere più fronteggiabile l’effetto serra (il surriscaldamento dell’atmosfera dovuto principalmente all’utilizzo di combustibili fossili), considerato responsabile dei frequenti e devastanti cataclismi meteorologici; o il tasso di inquinamento derivato dal traffico che imprigiona le nostre città e non solo. Ma esiste anche l’inquinamento acustico, quello estetico, la congestione del traffico, l’immane perdita di tempo che questo comporta, il degrado urbano, tutti fenomeni non esclusivamente riconducibili all’automobile, ma all’utilizzo sconsiderato che ne è stato spesso fatto. L’immane tragedia dell’aprile 2010 nel Golfo del Messico (una incontrollabile fuoriuscita di greggio da un pozzo della British Petroleum che ha invaso e contaminato l’intero Golfo per quattro mesi) ci ha fatto temere che, da una situazione di paventato esaurimento del petrolio, si potesse finire con l’uomo seppellito e annegato nel petrolio. Occorre muoversi, e al più presto. La campana è già suonata da tempo, e per tutti: cambiare…o morire.

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