GIUNGLA
Fin da quando sono comparse le prime rarissime automobili, alla fine dell’Ottocento, si è ritenuto necessario stabilire delle regole per regolare la circolazione, controllare la velocità, cercare di evitare pericolosi incidenti. Le regole che governano la circolazione stradale ci sono ricordate da una quantità davvero multiforme di cartelli stradali. E’ stato il Touring Club Italiano che, nell’arco di un secolo, grazie ad una ciclopica opera di impianto di segnaletica stradale su tutta la penisola, ha disseminato sugli 830.000 km di strade circa 12 milioni di segnali stradali. Questo significa che ogni 5 secondi l’attenzione del guidatore è tenuta ad individuare, e riconoscere, una immagine simbolica, che rimanda ad un obbligo, un divieto, una possibilità. A volte si tratta di una vera e propria selva di messaggi, come rappresentato in questa sala in cui il visitatore attraversa una “foresta” di segnali stradali in tutte le lingue, provenienti da vari paesi. Ed è divertente scoprire le “traduzioni” grafiche dei cartelli più comuni e diffusi…
Cartelli di avvertenza, di pericolo, di direzione; cartelli che segnalano, magari, cantieri rimossi, ostacoli scomparsi, o che impongono 10 km/h di velocità massima; cartelli tondi, rettangolari, triangolari, blu, verdi, bianchi, marroni, rossi, gialli; cartelli essenziali per la nostra incolumità, ed anche cartelli inutili, dimenticati, danneggiati, illeggibili. Un segnale ogni settanta metri significa, alla velocità di appena cinquanta chilometri all’ora, un segnale ogni cinque secondi. Ogni cinque secondi l’attenzione del guidatore è tenuta a individuare, riconoscere, capire e rispettare un obbligo, un’imposizione, un divieto, una possibilità.
Forse ancora meno di cinque secondi. Lo studio «La seconda ricerca sullo stato della segnaletica stradale in Italia», del 2007 a cura della Centro Studi 3M Sicurezza stradale del TCI, ha censito circa 6.931 segnali (per le diverse categorie di «pericolo», «divieto», «precedenza», «obbligo», «indicazione» e altro) in un tratto di appena 143 chilometri, il che significa 48,26 segnali per km. Con la sconsolante postilla di saperne circa il 45,8% irregolari, perché realizzati con materiali non corretti, o sistemati ad una distanza sbagliata, o per altre irregolarità. Una selva di messaggi, un’alluvione di comunicazione che non può avere altro risultato che l’afasia, l’assuefazione, l’indifferenza, lo spaesamento, il ricorso ad altre forme di orientamento.
Peccato davvero perché i segnali, se ben studiati e realizzati, sono estremamente efficaci nella loro opera di avvertimento e prevenzione. Certo, occorre una gestione attenta e complessa; lo stesso segnale perde più del 30% della sua «deterrenza» se collocato sul lato sinistro anziché destro della carreggiata; addirittura il 70% se si tratta di un segnale a portale.
E non è un argomento di poco conto: si tratta spesso di vita o di morte, se si pensa che in Italia, nel 2012, si sono verificati 186.726 incidenti stradali con lesioni a persone (dati Istat 2012), 3.653 morti, 264.7116 feriti.
Un tributo che in molti casi sarebbe evitabile con maggiore responsabilità, più attenzione, e il semplice rispetto delle regole di circolazione. La nostra macchina risponderà ai nostri comandi, ai nostri umori, ai nostri impulsi, ma non ci si può aspettare che controlli anche le nostre disattenzioni o imprudenze. La sicurezza passiva (ossia quell’insieme di strumenti quali air bag, cinture, freni, e via dicendo, che ci proteggono quando l’incidente sta per avvenire o è già avvenuto) è fondamentale tanto quanto l’insieme degli strumenti che ci aiutano ad evitare un incidente, come l’ABS (dispositivo di controllo della frenata) l’ASR (dispositivo per il controllo della trazione), l’ESP (dispositivo di controllo dela stabilità dinamica). Ma tutto questo insieme non serve se non aggiungiamo l’intelligenza, la capacità di interpretazione della situazione della strada, la prontezza, l’attenzione del guidatore.