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FORMULA

Lanciata alla massima velocità, un’automobile è “un veicolo che rasenta l’orlo di un abisso, un proiettile a traiettoria essenzialmente instancabile, una corsa in balia di mille pericoli che crescono sempre…Ma questo non pensa il pilota…un solo sentimento occupa il suo animo, e ci si crede nell’istante qualcosa di sovrumano, di divino, un dominatore e un signore delle distanze e dello spazio…Rischiare, dominare, vincere, è una vertigine ancora più affascinante se si utilizza lo strumento, perversamente attraente, della velocità. Gli italiani lo sanno bene, tanto da essersi inventati le corse più belle del mondo, da annoverare, già a partire dall’inizio del Novecento,  un grande numero di campioni delle due e delle quattro ruote, dall’aver realizzato per primi al mondo una strada studiata appositamente per sfrecciare in automobile, l”autostrada” (è la Milano-Laghi, inaugurata nel 1924). Avevano capito l’importanza delle corse automobilistiche come campo di prova e di sperimentazione delle macchine di serie, e anche come ineguagliabile strumento pubblicitario. Chi vinceva una gara  otteneva una ribalta e un risalto che non avrebbe potuto raggiungere con i mezzi pubblicitari allora a disposizione, e sottoponeva la propria vettura ad un test che poteva dare indicazioni utilissime per la successiva produzione in serie, nella convinzione che “la nazione che batte le altre in una gara automobilistica dimostra di avere materiali, menti direttrici, esperienza e valore di braccia capaci di batterle anche in tutte le altre industrie”. Un Gran Premio era considerato già allora “il sommo avvenimento sportivo nazionale: non vi è altra prova in alcun altro genere di sport…che possa neppure lontanamente stare al confronto per importanza, per commozione, per significato, per ampiezza, per richiamo di folla…è un formidabile cimento industriale, un’eccezionale prova di valori tecnici, scientifici, costruttivi”. Sono parole dette dai giornali d’inizio Novecento: sono parole attuali ancora oggi.

Perché si corrono le corse? Perché si rischia ogni volta la propria vita per un decimo di secondo in meno? Forse perché nella velocità, e nella competizione unita alla velocità, risiede lo spirito del Novecento. “Tutto, nell’esistenza umana, diventa ogni giorno più veloce e febbrile. Ciascun uomo moderno vive dieci vite, e ciascun punto della terra partecipa contemporaneamente all’esistenza di mille altri”, così scriveva “Rapiditas” (che in latino significa velocità), la bellissima rivista dell’Automobile Club di Sicilia all’inizio del secolo scorso. E la “Stampa Sportiva” del 1906 scriveva già che é “la rapidità turbinosa della nostra esistenza, nella corsa più affettata con cui il nostro tempo si consuma” la caratteristica più palese della nostra epoca. La morte provocata da una velocità eccessiva pareva già allora mille volte preferibile a quella su un tavolo di camera operatoria: “Le tragiche morti ci fanno quasi odiare i nostri bei mostri lucenti che sono mezzi di vita e pure strumenti di morte. Ma possiamo noi rinunciare ad essi per sempre? L’automobile è tutta l’umanità, l’età nostra fatta di febbri, di ansie, di conquiste, di lotte…” Lanciata all’estrema velocità, un’automobile è “un veicolo che rasenta l’orlo di un abisso, un proiettile a traiettoria essenzialmente instancabile, una corsa in balia di mille pericoli che crescono sempre…Ma questo non pensa il pilota…un solo sentimento occupa il suo animo, e ci si crede nell’istante qualcosa di sovrumano, di divino, un dominatore e un signore delle distanze e dello spazio…

All’inizio dell’automobilismo, quando cominciarono a diffondersi le prime automobili e a sorgere le prime industrie, l’Italia era molto indietro. Era abissale il distacco tra la nostra circolazione automobilistica e quella nel resto d’Europa. Nel 1922 in Inghilterra vi erano 600.000 automobili; in Francia 300.000; in Italia appena 41.000. Il rapporto era dunque di 1 auto ogni 1000 abitanti, in Italia; di 8 auto ogni 1000 abitanti in Francia; di 15 auto ogni 1000 abitanti, in Inghilterra. Per non parlare dell’America, dove circolavano allora dieci milioni di autovetture, una ogni 100 abitanti.

L’Italia infatti soffriva ancora di un comparto industriale fragile, poco sviluppato soprattutto nel sud; di un’economia prevalentemente agricola; di una capacità di consumo bassissima, viste le ridotte possibilità economiche della famiglia media. Per lunghi anni l’automobile restò un consumo di lusso, molto al di fuori della portata di un “padre di famiglia” che facesse l’operaio, il contadino, l’impiegato; e fu soltanto con gli anni cinquanta che cominciò a diffondersi nella società italiana un po’ di benessere, che si tradusse nell’acquisto dei primi elettrodomestici e soprattutto nel potersi finalmente permettere un’utilitaria come la Fiat 600 o la Fiat 500.

Ancora più meritori dunque la determinazione e il coraggio con cui gli italiani del primo Novecento capirono l’importanza delle corse automobilistiche come campo di prova e di sperimentazione delle macchine di serie, e anche come ineguagliabile strumento pubblicitario. Chi vinceva una gara  otteneva una ribalta e un risalto che non avrebbe potuto raggiungere con i mezzi pubblicitari allora a disposizione, e sottoponeva la propria vettura ad un test che poteva dare indicazioni utilissime per la successiva produzione in serie. Inoltre una gara attirava pubblico, giornalisti, appassionati, curiosi: dunque portava movimento, commercio, notorietà… L’automobile era il segno più tangibile del progresso tecnologico: per questo costruire la macchina più veloce, più potente, più affidabile significava essere all’avanguardia industriale.

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