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Quando nel 1929 il repubblicano Herbert Hoover vinse le elezioni diventando il  31°  Presidente degli Stati Uniti, ebbe ad esclamare: “Il mondo ha davanti a sé oggi la più grande era di espansione commerciale della nostra storia”. A sei mesi da questa affermazione, centinaia di banche americane ed europee erano fallite, innumerevoli aziende industriali, commerciali ed agricole avevano chiuso i battenti. A tre anni, la produzione industriale degli Usa risultò dimezzata. Il commercio internazionale diminuì in quattro anni del 70%. Diciotto milioni di disoccupati nei soli Stati Uniti; quaranta in tutto il mondo. Erano gli effetti devastanti della più grande crisi economica del Novecento, che prese le mosse dal crollo della borsa di New York dell’ottobre del 1929 e dilagò presto in tutto il mondo, con nefaste conseguenze sulla stabilità democratica di grandi paesi come la Germania, l’Austria, l’Italia. L’economia statunitense risorse soltanto con il “New Deal” (nuovo corso) del Presidente Roosevelt, ossia facendo intervenire lo Stato nell’economia attraverso la realizzazione di infrastrutture, la creazione di un Welfare State (stato assistenziale) in grado di poter sostenere la forza lavoro disoccupata, e il conseguente aumento della domanda per riavviare il processo produttivo.  Nulla fu più come prima: né negli Stati Uniti, né in Europa. E a spazzare via quel che era ancora rimasto in piedi del vecchio mondo fu la carneficina della seconda guerra mondiale (1939-1945).

 

La giornata nera di Wall Street fu il momento di rottura, il brusco risveglio dal sogno d’oro di una prosperità senza fine. Le banche che per dieci anni avevano alimentato la speculazione, facilitando il credito al di là di ogni prudenza, videro le loro riserve volatilizzarsi in poche ore. In un clima da liquidazione finale, le industrie si chiusero, le miniere vennero abbandonate, i raccolti bruciati nei campi nel tentativo disperato di non abbassare troppo i prezzi dei prodotti agricoli. Nel paese più ricco del mondo, gli Stati Uniti, diciotto milioni di persone rimasero senza lavoro, azzerando i consumi interni, e stimolando così l’ingigantirsi della crisi. La parola d’ordine divenne in tutto il mondo “pianificazione”, dai Piani Quinquennali sovietici ai Nuovi Corsi americani. Il mito del libero mercato, della libertà di commercio e di concorrenza tramontò a favore dell’economia pianificata e controllata dallo Stato, che prese ad ingerirsi di spazi sempre più ampi della vita pubblica, con pesanti conseguenze sulla democrazia.
In Italia la crisi sembrò poter essere padroneggiata meglio che nel resto dell’Europa, stante un sistema politico già autoritario. Ma durò poco. La nostra economia era basata soprattutto sulle esportazioni, che in campo automobilistico coincidevano con il 61% della produzione. La grande crisi incise pesantemente anche su questo sistema, e molte fabbriche dovettero soccombere: tutte le minori, sostanzialmente, tranne perciò Fiat, Lancia, Alfa Romeo, Bianchi, OM, Isotta Fraschini e Spa (queste ultime tre solo per i veicoli pesanti). La clientela ricca, raffinata, che non badava a spese, non esisteva quasi più. Bisognava cambiare orientamento: occorreva finalmente pensare al mercato interno, e seguire l’esempio della Austin, della Rosengart, della Peugeot, per citarne solo alcune. Rinnovarsi o morire: non c’era altra scelta. Con sforzi finanziari immani, le grandi aziende, Fiat in testa, cambiano rotta e presentano modelli come la 508 Balilla e la 500 del 1936. Modelli utilitari, pensati non per l’esportazione ma per rivitalizzare il gracile mercato interno, paralizzato da una capacità d’acquisto davvero bassa. Il 1934 fu l’anno spartiacque: il primo di utili per l’industria automobilistica dopo la crisi, l’ultimo di stabilità politica internazionale, in cui l’Italia cercò vie pacifiche per risolvere l’annoso problema delle materie prime, che i vincoli all’esportazione (altrui) le impedivano di procurarsi. A partire dal 1935, con l’invasione dell’Etiopia, che scatenò l’immediata reazione della Società delle Nazioni (e le successive sanzioni economiche contro l’Italia) la nostra nazione si trovò a inventarsi l’autarchia, una autonomia economia relativa, raggiunta mediante la riduzione al massimo delle importazioni vitali e l’uso estensivo dei “surrogati” in ogni campo. Poco preoccupava che questa autarchia fosse basata sul carbone, l’unica materia prima assolutamente inesistente in Italia. Poco a poco le commesse militari di cui godette l’industria automobilistica compensarono la restrizione, ancora una volta, del mercato interno e senza neanche averne piena consapevolezza il nostro paese si trovò presto coinvolto nella guerra più spaventosa che il genere umano ricordi.

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