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ARRIVA LA FELICITA‘

 

La felicità è il bene di consumo più acquistato e venduto al mondo. Siamo tutti grandi consumatori di felicità. Ci viene continuamente proposta, sotto forma di automobile, di crema contro la cellulite o contro le rughe, di bottiglia di whisky. E noi, coscienziosamente, cerchiamo di afferrarla, acquistando una crema, un’auto o una bottiglia di whisky. Ma non è neanche il caso di chiederci se la raggiungiamo, se tra le dita ci rimane qualcosa. Perché tanto passata una vetrina ce n’è un’altra, e poi un’altra ancora. Tutte rigurgitanti di beni, grazie ai quali diventeremo uomini e donne di successo, belli, giovani e attraenti. In una parola, felici.

 

Certo, per capire la felicità e cercare davvero di raggiungerla occorrerebbe prima leggere tutto ciò che i grandi filosofi del passato hanno pensato al riguardo. Ma, basandoci anche solo sulla nostra limitata esperienza, è chiaro che la felicità è più del tempo futuro che di quello presente, anche se, paradossalmente (per questo è così difficile esserlo), essere felici vuol dire essere contenti del presente. “Tutti a parole sono convinti di essere stati felici in passato, e tutti sperano di essere felici in futuro; quando, però, si tratta di riconoscere che si è felici proprio nel momento in cui ci si pone la domanda, ebbene, diciamo la verità, non tutti ce la fanno” (Luciano de Crescenzo, Il tempo e la felicità, Mondatori). Perché la felicità si coglie appieno quando la si pregusta, ce la si raffigura, sotto forma di qualcosa che stiamo per vivere, o per avere. Felicità è attesa, aspettativa, di qualcosa che sta per capitarci. Prefigurarsi un futuro felice, insomma, rende molto felici, come ben sapeva Leopardi con il suo sabato del villaggio.

Per questo è gioco facile, per i pubblicitari, farci scambiare l’acquisto di un bene con l’acquisizione della felicità. Ci immaginiamo al volante di quell’auto; con indosso quel profumo, o quel paio di scarpe. Non c’è più la modella che sorride dal manifesto pubblicitario, ci siamo noi. Belli, giovani, di successo, come lei. È l’oggetto il tramite, il ponte tra noi e la felicità. Fatto nostro il ponte, traghetteremo in un universo migliore, dove tutto sarà perfetto, compresi noi stessi.

La vetrina è il vero simbolo dell’età consumistica. Nella vetrina si riflette la nostra immagine, ci possiamo specchiare, mentre al di là del vetro una serie infinita di oggetti, pezzetti minuscoli di felicità, ci ammiccano e ci ammaliano.  La vetrina ci rimanda ciò che siamo e soprattutto ciò che potremmo essere. Come resisterle? E se è vero oggi, lo era ancora di più negli anni sessanta del Novecento, quando si viveva tutto questo, sostanzialmente, per la prima volta. Ingenui, candidi, i sogni di felicità di una giovane coppia si traducevano in una promessa (che è un modo per rendere certa l’attesa…) d’amore, circondati dai primi timidi segnali di benessere: la televisione, la lavatrice, il frigorifero, l’automobile. Tutto il nostro mondo di oggi nasce in quegli anni. La Indesit inizia la produzione di lavatrici nel 1960; l’anno dopo la Zoppas; Zanussi e Ignis iniziano la produzione di elettrodomestici, su progetto proprio, nel 1962. Il 1961 è l’anno in cui compare sul mercato italiano una meraviglia del creato: la lavastoviglie (che diventerà un oggetto di grande diffusione soltanto molti decenni dopo); il congelatore fa la sua comparsa nel 1964. Le cucine erano entrate nel mercato italiano già nel 1953; a metà degli anni sessanta raggiungono la diffusione del 50%. Intanto si completano autostrade (Torino – Genova, 1969; del Sole, 1964; Milano – Genova, 1960), nasce l’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) nel 1962, la Montecatini produce per la prima volta il polistirolo espanso (1969), nel 1961 nasce il primo collegamento in Eurovisione (1961), si apre il traforo del Monte Bianco (1962).

La vita diventa un’autostrada che porta alla felicità…

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