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METAMORFOSI

 

La storia dell’umanità, sin dalle origini, è segnata dal tentativo di escogitare sistemi per alleggerire la fatica del lavoro. Ad inventare i primi robots, o automi, furono i greci, che studiarono meccanismi capaci di riprodurre, in forma primitiva, alcune operazioni tecniche di un essere umano per alleviarne le fatiche. Ma soltanto nel Medioevo, l’età in cui nacquero i mulini a vento e quelli idraulici, i forni a carbone per produrre ferro e acciaio, l’aratro con il vomere di ferro, i filatoi tessili e mille altri apparati, si diffuse l’utilizzo di forze motrici e strumenti preindustriali. Le mani dell’uomo, meravigliosi strumenti di lavoro che, grazie alla stazione eretta e al „pollice opponibile“, ci rendono diversi da tutte le altre speci animali, potrebbe servire sempre meno per lavorare? Saremo noi ad assomigliare sempre più a degli automi, o saranno i robots a prendere il nostro posto? L’uomo se lo chiede da secoli. Quello che sappiamo è che l’industria automobilistica del Novecento ha accelerato grandemente il processo di meccanizzazione del lavoro, con una fortissima ricaduta in termini di organizzazione in tutti i comparti produttivi. Con l’automobile si è esaltata la vera e propria produzione seriale: lo stesso prodotto realizzato in milioni di esemplari uguali.

 

Oggi, quando parliamo di “industria” pensiamo subito ad una fabbrica, cioè un luogo piuttosto grande dove lavorano tante persone che producono dei beni, come abiti (industria tessile), oppure cibi in scatola (industria conserviera), o navi (industria cantieristica) e ancora, tanto per fare altri esempi, mezzi di trasporto (industria automobilistica), libri e giornali (industria editoriale) ecc. Il mondo è pieno di industrie e noi viviamo nella cosiddetta “civiltà industriale”.

Tutto ci appare scontato come se le industrie ci fossero state da sempre, ma in realtà non è così, perché la civiltà industriale come la intendiamo noi è un fenomeno relativamente recente nella lunga storia dell’umanità.

Innanzitutto la parola “industria” è di origine latina. Gli antichi romani fondarono addirittura una città che chiamarono proprio Industria, attorno al 120 a.C., nel Monferrato. Questa parola vuol dire: attività operosa, cioè la volontà degli uomini di creare, di produrre in quantità rilevanti i beni necessari a soddisfare i loro bisogni.

Chi svolge questo genere di attività si dice che è “industrioso”, ossia che si organizza con  impianti, con macchinari, con sistemi per trasformare le materie prime in prodotti finiti e utilizzabili da ciascuno. Se poi l’individuo industrioso è anche capace di sviluppare al meglio ed in misura rilevante la sua attività manifatturiera, ecco che di fronte al mondo egli si presenta come un “industriale”, ovvero un imprenditore (che guida un’impresa).

Pare che il primo “industriale” della storia sia stato Talete di Mileto, grande filosofo greco, fondatore della geometria e della fisica, circa 600 anni prima di Cristo.

Fu definito tale in quanto, avendo previsto, in una certa annata, un eccezionale raccolto di olive, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto imponendo il suo monopolio sulla produzione e sulla successiva vendita dell’olio e, conseguentemente, facendo una fortuna in quattrini. Insomma, Talete era diventato un industriale oleario.

Tutto questo prende origine da una caratteristica fisica propria solo dell’uomo, e non degli animali, a cui di conseguenza una attività manifatturiera-industriale è preclusa. Il segreto dell’uomo sta nel suo… pollice. Infatti, il pollice umano è “opponibile” a tutte le altre dita della mano, cosa che gli animali non hanno affatto, a parte qualche scimmia antropomorfa ma in misura limitata. E’ questa particolarità che ha permesso la creazione di un mondo tanto ricco di “manufatti” (cose fatte a mano) e quindi della civiltà di cui siamo eredi e protagonisti.

Con strumenti naturali tanto perfetti e raffinati come le mani, i primi uomini poterono accendere il fuoco e con il fuoco trasformare profondamente la materia agendo su di essa dall’esterno. Poi si sviluppò l’istinto meccanico e l’uomo creò strumenti di percussione come il martello, strumenti da taglio (coltelli, asce, spade), strumenti per sollevare pesi notevoli (come la leva), e nacquero, sia pure in embrione, l’industria delle stoviglie, delle armi, delle costruzioni edilizie (templi, piramidi, acquedotti, fognature, abitazioni), dei trasporti terrestri e navali, in un percorso durato secoli e che continua tuttora.

Su quelle basi si fondarono i grandi imperi e gli imperatori, oltre che conquistatori, furono anche, senza forse immaginarlo, i grandi industriali del loro tempo perché determinavano le grandi trasformazioni sociali conseguenti allo sviluppo di tante attività legate al mantenimento di un impero.

I Greci crearono la “meccanica razionale” basata sul pensiero matematico e questo fu tra i fattori decisivi del progresso industriale dal III secolo prima di Cristo. E furono ancora loro ad inventare i primi robot, che essi chiamavano “automi”, cioè meccanismi capaci di riprodurre le operazioni tecniche di un essere vivente per alleviarne le fatiche, come le macchine idrauliche di Erone di Alessandria, ingegnere greco del II secolo precristiano.

I Greci miravano ad uno sviluppo principalmente ideale dei propri studi e delle relative applicazioni tecniche e industriali, mentre i Romani, grandi sfruttatori dell’universo, trovarono negli schiavi lo strumento ideale della produzione.

Dall’anno 1000 dell’era cristiana, terminate le grandi invasioni barbariche che avevano fermato lo sviluppo industriale dell’occidente, si ebbe un forte rilancio di attività creative a partire proprio dalle produzioni agricole e industriali. Le Crociate contribuirono a questo fervore umano, favorendo la creazione di nuove correnti di scambio con l’Oriente, avviando fiere commerciali, grandi associazioni mercantili (le “leghe” e le “corporazioni”, come quelle degli orafi, dei carpentieri, dei tessitori), l’organizzazione del credito bancario.

Nel medioevo si verificarono due fenomeni che determinarono la conquista umana delle “forze motrici”: lo spopolamento delle aree urbane e la diminuzione della mano d’opera servile. In quella “età di mezzo” (medioevo) la grande conquista è quella delle forze motrici, con l’utilizzazione sistematica del vento e della forza idraulica, anticipando di fatto l’industria moderna.

Se gli antichi romani potevano contare su una forza “operaia” pressoché illimitata, costituita dagli schiavi, i “signori” medioevali si trovarono invece in una situazione meno favorevole da questo punto di vista e rimpiazzarono la mano d’opera ricorrendo ad una meccanizzazione sempre più imposta e diffusa.

Nacquero i mulini a vento e quelli idraulici, i forni a carbone per produrre ferro e acciaio, l’aratro con il vomere di ferro, i filatoi tessili, e mille altri apparati tecnici che posero le basi per sviluppare al massimo il rendimento delle forze utilizzate riducendo lo sforzo del lavoro umano o aumentandone l’efficacia. Insomma, è dal Medioevo, tanto criticato, che scaturisce l’attività industriale vera e propria come la conosciamo oggi.

L’industria medioevale si trasforma verso il 1600 nella cosiddetta “fabbrica dispersa” (attività di lavoro sparso), ovvero un’organizzazione industriale che metteva insieme un gran numero di artigiani e lavoratori a domicilio, mentre i soldi per avviare l’attività erano solitamente messi dal re o dal principe, vale a dire dallo Stato sovrano che dettava anche le regole in materia di commercio, di dogane, di navigazione e di organizzazione del lavoro. In sostanza, erano i governanti i soli padroni di tutto. Essa si sviluppò particolarmente in Francia dove la qualità dei prodotti ottenuta col progresso e la normalizzazione delle tecniche si rivelò eccellente. Gli effetti furono particolarmente sensibili nel ramo dei tessuti (Van Robais, Gobelins), delle fonderie e delle vetrerie (Saint-Gobain).

Sino alla fine del XVIII secolo la maggior parte delle macchine industriali erano costruite in legno. Ma con il secolo successivo le macchine industriali divennero metalliche, con parti intercambiabili, e si avviò la produzione cosiddetta “di serie”, cominciando dai caratteri mobili di stampa e dalla fabbricazione su vasta scala di spilli d’acciaio (a Stralsunda in Svezia).

Nel Seicento si assiste all’affermazione definitiva di una grande innovazione tecnologica: l’utilizzazione pratica dei gas e dei vapori, su cui si era sperimentato fin dall’antichità.

Nacquero così le macchine a vapore (intuite da Gerolamo Cardano nel 1500), aprendo la strada a nuove tecniche di trasporto (la prima automobile, il “carro di Cugnot” del 1769 era a vapore) e la nuova energia si rivelò adattabile a tutti i lavori industriali, rivoluzionando la storia dell’umanità.

Il XIX secolo vide affermarsi prepotentemente la “rivoluzione industriale” scaturita dalla conquista dell’energia. La turbina vapore prima, poi l’energia idroelettrica e quindi il motore a scoppio (o a “combustione interna), ebbero conseguenze mai immaginate prima sia sull’attività industriale sia sulla mobilità umana.

Parallelamente alla rivoluzione agricola, che liberava i proprietari terrieri da molti vincoli imposti dai regnanti (il cui ruolo era stato fortemente ridotto dopo la Rivoluzione francese), caddero via via molte restrizioni statali sulla libera iniziativa industriale e nacque la classe degli imprenditori privati che miravano alla accumulazione di grandi capitali. Si verificò una combinazione di tecnica, di ricerca, di denaro (il capitale, appunto) e di mano d’opera offerta in quantità crescente dalle masse contadine che andavano ad ingrandire rapidamente i centri urbani, in quanto i piccoli agricoltori vedevano le loro terre accaparrate dai ceti più abbienti (nobili, latifondisti) che furono perciò identificati come “capitalisti”.

Mentre la ricerca scientifica, in tutti i campi, generava idee e soluzioni nuove, la tecnica industriale operava in grande, perfezionando i procedimenti e fornendo tutte le materie, i meccanismi, i metalli che la sola ingegnosità artigianale e l’abilità manuale non avrebbero saputo e potuto sfruttare fino in fondo.

Fu una rivoluzione anche in campo sociale che generò crisi molto gravi nel ritmo del lavoro e turbamenti in tutta l’economia della nostra civiltà.

Dalla fine dell’Ottocento e poi nel Novecento le macchine utensili divennero sempre più “automatiche” e altamente specializzate, per tutte le forme di attività industriale, realizzando un trasferimento dell’abilità tecnica dall’uomo (l’artigiano) alla macchina. L’operaio diventa così un semplice sorvegliante o un assistente di una macchina più intelligente di lui; e sono le stesse macchine a generare nuove macchine, in un ciclo inarrestabile mirante ad ottimizzare i cicli produttivi, a creare prodotti innovativi, a soddisfare bisogni primari e non, ad accrescere ricchezza.

Agli inizi del ‘900 l’ingegnere americano Frederic Winslow Taylor elaborò la teoria dell’ “organizzazione scientifica del lavoro” (taylorismo), per eliminare ogni dispersione di tempo e imporre all’operaio l’esecuzione rigorosa e automatica del lavoro che, nelle grandi fabbriche, era diventato “lavoro a catena” e che Henry Ford (costruttore di automobili) generalizzò per primo.

Tutto questo ha portato indiscutibili e immensi benefici ma ha anche generato enormi problemi etici e morali che hanno scosso il mondo del lavoro industriale.

Le macchine non esisterebbero senza di noi, ma la nostra esistenza non è più possibile senza di esse e il nostro destino non è più separabile da quello delle macchine. Questo il pensiero essenziale del filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon (fine Ottocento) e del suo collega e contemporaneo tedesco Karl Marx, che proposero soluzioni alle contraddizioni scaturite dalle moderne attività industriali.

Scriveva Giovanni Agnelli (fondatore della Fiat) nel 1933: “… c’è uno sfasamento tra due velocità: la velocità del progresso tecnico e la mancanza di progresso nell’organizzazione del lavoro. Rendiamo uguali le due velocità, quella tecnica e quella umana …”.

L’industria ha compiuto molti progressi da allora ma molti ne restano da compiere.

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