Il lusso secondo Isotta Fraschini e Rolls Royce

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Un destino curioso ha voluto che le tre marche di maggior lusso al mondo, quelle che rappresentano con maggior vivezza l’opulenza sfarzosa degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta avessero, tutte e tre, un nome doppio, che già di per sé evoca il blasone: Rolls-Royce, Hispano-Suiza, Isotta Fraschini.

La milanese Isotta Fraschini (così chiamata perché fondata da Cesare Isotta e Vincenzo Fraschini) era stata fin dagli inizi dell’automobilismo in Italia una marca molto apprezzata, anche prima di diventare la marca dei principi e dei marajà. Svolta fondamentale nella storia della fabbrica fu l’arrivo di un tecnico molto promettente, di grandissimo talento, Giustino Cattaneo. Dopo aver progettato veloci vetture da corsa, il Cattaneo fu tra i primi ad affrontare il problema del freno sulle ruote anteriori: il suo brevetto originale è del 1910 (fino a quel momento le automobili erano frenate soltanto sulle ruote posteriori e sulla trasmissione). Già nel 1911 perciò le Isotta Fraschini erano munite di freni a tamburo sulle ruote anteriori, caratteristica di assoluta avanguardia. Dopo aver avuto una parte molto importante nella costruzione di motori per aeroplano durante la prima guerra mondiale, la fabbrica tornò alla sua tradizionale produzione di vetture di lusso con un meraviglioso telaio e un motore a 8 cilindri in linea che aveva 6000 cc di cilindrata. L’esperienza della guerra e, soprattutto, della aviazione militare avevano avuto un ruolo fondamentale nel perfezionamento della tecnica di costruzione. L’esperienza dell’aviazione aveva significato, ancor prima che un allenamento alla precisione meccanica, una più approfondita capacità di studiare, realizzare e selezionare i metalli speciali: poiché il costruttore di aerei deve partire dal presupposto che fra le nuvole non ci sono garage, e che quindi ogni pezzo di un apparecchio deve essere collaudato cento volte di più che non quello di un’automobile. Fu così che anche all’Isotta Fraschini le particolari leghe di metallo speciale, dopo la guerra, vennero utilizzate per la costruzione di alcuni pezzi del motore, con eccellenti risultati: ma ancora più fu utilizzata quella nuova attitudine ad inventare il metallo adatto per la funzione adatta, rifiutando ogni accettazione inerte di quanto fosse tradizionale. E’ da allora che ha inizio il periodo aureo della Isotta-Fraschini, e la splendida 8 cilindri italiana prese il suo posto tra le vetture fiabesche, da Mille e una Notte. Specialmente le stelle di Hollywood l’adottarono con entusiasmo. Anche Rodolfo Valentino ne possedette una, tra le sue tante macchine. Al tipo 8 successe il tipo 8 A, ancora più potente, sul cui telaio vennero montate meravigliose carrozzerie che si diffusero a Parigi, Londra e New York. Nel corso del 1926 il successo fu tale che la produzione superò le 500 unità (un gran risultato per una vettura estremamente costosa). Ma la crisi finanziaria del 1929, che scosse il mondo intero, e i duri tempi che seguirono, misero in difficoltà la Isotta Fraschini. Il lancio di un modello ancor più potente, nel 1931, riuscì a prolungare un poco la vita della vettura di lusso, ma nel 1935 essa cedette il passo alla produzione di rinomati autocarri.

 

Sulla britannica Rolls Royce, sulla sua eccellenza meccanica e raffinatezza estrema, circolano da sempre molte leggende. Una delle più significative racconta di un colonnello che a bordo di una Rolls rimase in panne su una montagna della Scozia con il giunto rotto. Non si perse d’animo, telegrafò alla ditta e il giorno dopo fu raggiunto da 4 tecnici che gli cambiarono il giunto e se ne andarono. Quando il colonnello, mesi dopo, sollecitò il conto della riparazione, si sentì rispondere: “In panne per un giunto? Sostituzione? Deve esserci un errore, sir. E’ impossibile che si rompa il giunto, e che una Rolls-Royce resti in panne”.

La vettura che più di ogni altra contribuì a creare la fama dell’azienda e sulla quale riposa ancor oggi la sua celebrità fu la Silver Ghost rimasta in produzione dal 1907 fino al 1926, passando dall’era eduardiana alla prima guerra mondiale all’era del jazz e di Giorgio V. In un’epoca nella quale le auto erano solitamente rumorose, fumose, poco sicure, apparve lei, incredibilmente silenziosa, rotonda, sicura. Se la maggior parte delle vetture usava sistemi primitivi di lubrificazione esterna, che fornivano agli ingranaggi olio ora in quantità insufficiente, ora in quantità eccessiva, la Ghost aveva un albero a gomiti cavo, che veniva alimentato di olio per mezzo di una pompa. Nel 1926, per sostenere la concorrenza di certe macchine di gran lusso, quali la Isotta Fraschini, la Hispano-Suiza e la Bentley, la Rolls annunciò l’arrivo del successore della Silver Ghost, la New Phantom, o Phantom I, con motore interamente nuovo. Nel 1929 arrivò la Phantom II, quindi la Continental Touring, la più bella macchina sportiva di lusso mai costruita, la Phantom III, a dodici cilindri, sospensione anteriore indipendente, enorme carrozzeria in legno prezioso. Ecco come negli anni cinquanta si descriveva il processo di lavorazione delle vetture: “Ogni organo, comprato o realizzato internamente, viene esaminato da una squadra di ispettori, con l’aiuto di apparecchi elettronici di controllo. Ogni motore, prima di essere montato, viene fatto girare per otto ore su di un banco di prova: per trenta minuti a basso regime, per altri trenta a velocità media, per sette ore a pieno regime.Poi un motore su venti viene interamente smontato, e ciascun pezzo sottoposto ad un minuzioso esame, talvolta anche con il microscopio. Se in un elemento qualsiasi si riscontra un qualsiasi difetto, tutti gli altri diciannove motori vengono smontati e ispezionati. Un motore su cinquanta deve superare una prova ancor più severa, girando per ventiquattr’ore di fila. Se dopo essere stato smontato non lascia soddisfatti i pignolissimi ispettori, gli altri 49 motori vengono ritirati. Non soltanto i motori ma ogni singolo elemento di una nuova Rolls Royce o Bentley viene trattato con la stessa spietata diffidenza dai collaudatori. E c’è quasi da stupirsi che una vettura riesca alla fine a lasciare l’officina!

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