Gloriosa casa automobilistica francese fondata da un italiano, Ettore Bugatti, milanese di nascita. Inizialmente alsaziana (cioè tedesca), dal 1909 al 1914, con lo spostamento dei confini a seguito della Grande Guerra si trasforma in fabbrica francese. La sua migliore forma di pubblicità sono state le vittorie in corsa: dal 1924 al 1927 le Bugatti vinsero 1.851 gare, e poiché erano vetture conducibili anche su strada, se ne vendettero tante quante lo stabilimento fu in grado di produrre. Attiva dal 1909 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, non superò mai i mille addetti, e la produzione totale dei sedici modelli principali è stata calcolata in 6500 esemplari: ma ancora oggi la parola Bugatti è sinonimo di eleganza, brillantezza, pulizia di disegno.
Marca francese, anche se inizialmente impiantata in terra tedesca, fondata da un italiano, il milanese Ettore Bugatti, che in Francia trovò il terreno adatto alle sue costruzioni geniali.
Il primo prototipo, battezzato “Pur Sang” e capostipite di una generazione di veri purosangue, risale al 1908-1909: è un veicolo semplice e leggerissimo, animato da un motore a quattro cilindri a valvole in testa. Dà origine alla Tipo 13, primo modello prodotto in serie da Bugatti in circa 450 esemplari, apprezzato per l’equilibrio tra la complessità costruttiva (conseguente all’adozione del 4 cilindri con albero a camme in testa) e un grado di finitura non eccessivo che permise un prezzo ragionevole.
Le vittorie cominciarono nel 1911, quando una Tipo 13 vinse la sua categoria al Grand Prix di Le Mans, arrivando seconda alle spalle di Fiat. Seguirono altri modelli di grande successo sportivo: come la 23, costruita anche dalla Diatto (come tipo 30), dalla tedesca RABAG e dall’inglese Crossley, e soprattutto la 35, la più famosa e versatile delle Bugatti e che, in varie configurazioni, colse un numero indescrivibile di vittorie contro avversari di tutto rispetto, come Delage e Alfa Romeo. In soli tre (1924 – 1927) dei trent’anni di attività della fabbrica (1909 – 1939) le Bugatti vinsero 1.851 gare. Si trattava di vetture che un buon pilota poteva condurre anche su strada, per impiego turistico, il che trasformava l’uso in una continua forma di pubblicità. Le vetture Bugatti da corsa erano sostanzialmente identiche a quelle poste in vendita.
La produzione non fu mai di grandi numeri, anche perché alcune vetture particolari come la Royale erano molto impegnative da allestire. I dipendenti non superarono mai il migliaio; la produzione totale dei sedici modelli principali è stata calcolata in 6.000 / 6.500 esemplari. Tutti furono però costruiti inseguendo il mito delle “vetture perfette”. Anche se erano tutt’altro che perfette, erano dotate di una carica irresistibile, formata da una ben dosata mescolanza di efficienza, di individualità e di doti estetiche. Erano belli gli chassis, e divennero belle anche le carrozzerie, dopo l’iniziale rozzezza funzionale della tipo 13 e sconcertanti ricerche aerodinamiche (peraltro interessanti). La tipo 35, per esempio, fu la più bella vettura Grand Prix degli anni Venti, mentre le carrozzerie disegnate da Jean Bugatti, il primogenito, rivaleggiavano per eleganza e superavano per essenzialità quelle dei maggiori carrozzieri italiani e francesi.
Bugatti ebbe poi una qualità straordinaria nell’assicurarsi i piloti giusti, mescolando abilissimi meccanici e gentlemen driver che portavano alla marca il lustro della loro eleganza mondana. Questa abilità giunse al punto di tenere aperto a Molsheim un piccolo hotel con tavola imbandita per gli amici, i piloti e i clienti più fedeli.
Creando in fabbrica uno straordinario clima d’orgoglio per il lavoro ben fatto e attribuendo alle forme geometriche gli equilibri, i rapporti e il grado di finitura richiesti da una sua innegabile „estetica industriale“, Bugatti rappresentò uno stile che fu talvolta contraddittorio con le leggi dell’aerodinamica e che, in ogni caso, si discostava dalla filosofia produttiva di scuola americana. Credeva nella manualità con spirito di orafo che conosce l’importanza dei buoni utensili e, disdegnando le morse disponibili in commercio, giunse al punto di equipaggiare le vetture con morse di precisione, marcate Bugatti ed eseguite su suo disegno. I suoi motori sono la manifestazione ultima del compiacimento per la macchina rifinita a mano.
Nella creazione di un’immagine prestigiosa della marca e nella conseguente capacità di selezionare una clientela d’élite, Bugatti fu insuperabile ancora prima che la tecnica delle public relations venisse teorizzata. In ciò giocava un ruolo non indifferente il suo comportamento quotidiano, pieno di piccole eleganti bizzarrie, come quella di farsi costantemente fotografare in abiti di equitazione e con la bombetta in capo, o la sua produzione a getto continuo di invenzioni improbabili o addirittura inutilizzabili. Pare, per esempio, che si fosse fatto confezionare qualche paio di scarpe con le dita, come i guanti, per „stare più comodo“. Aveva una passione per i lavori in cuoio, per l’ebanisteria minuta e in genere per le arti minori. Possedeva una collezione straordinaria di selle, così come di cani e di cavalli.
Gli anni trenta, gli anni della depressione economica, furono pesanti per la Bugatti. La conduzione paternalistica del „patron“ non era più accettata, e l’ultimo colpo lo sferrò la morte in un banale incidente stradale del figlio Jean, che Ettore aveva formato ed educato a succedergli. Con lui praticamente moriva l’azienda.