Storia della Jaguar

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Considerata uno dei fenomeni automobilistici inglesi di maggior prestigio, la Jaguar è fondata nel 1922, come Swallow Sidecar Company, da due giovani appassionati, William Lyons e William Walmsley.  Il primo modello denominato Jaguar  è presentato nel 1935 a Londra e venduto a meno di 400 sterline. In pochi decenni l’azienda (dal secondo dopoguerra Jaguar Cars) diventa un’industria di fama internazionale e la maggior produttrice di vetture di lusso nel mondo. Insieme allo storico marchio Daimler, acquisito nel 1960, è uno dei principali fornitori della Casa Reale inglese. Malgrado vicissitudini economiche e vari passaggi di proprietà (il primo nel 1966, quando rinunciò alla propria indipendenza fondendosi con la BMC, British Motor Corporation), ha mantenuto invariato per decenni il prestigio e lo stile delle proprie vetture. Dal 2008 fa parte de gruppo indiano Tata Motors.

 

La Jaguar è uno dei più grandi marchi automobilistici del mondo, a lungo sinonimo dell’eleganza inglese, oggi parte di una grande holding indiana, la Tata, ulteriore conseguenza del graduale smembramento dell’industria dell’auto britannica, la cui proprietà è passata quasi completamente in mani straniere.

 

La storia della Jaguar inizia nel 1922, nella città costiera di Blackpool, quando si incontrano due giovani appassionati di motociclette, William Lyons e William Walmsley. Quest’ultimo sta realizzando un sidecar per motociclette modificate e Lyons lo convince a fondare insieme la Swallow Sidecar Company. Il successo è immediato e al di là di ogni previsione. Nel 1927 la società inizia a produrre anche carrozzerie per auto, sviluppando una due posti sul telaio della Austin Seven e quindi ampliando l’offerta anno dopo anno. Nel 1929 la compagnia si trasferisce a Coventry, nelle Midlands, tradizionale cuore pulsante dell’industria automobilistica britannica. E due anni dopo Lyons decide il grande passo: passare dal montaggio di carrozzerie su telai fabbricati da altri a disegnarne uno proprio. Vista la difficile situazione economica (in Europa erano ancora pesantissime le conseguenze della Grande Depressione del 1929) decide per il momento di farsi fare un telaio dalla Standard Motor Company su progetto della sua Swallow. La nuova auto si chiama SS, da Standard e Swallow. Presentata al Salone di Londra del 1931, riscuote grande interesse, e Lyons ne trae incoraggiamento a produrne altre versioni. Walmsley, troppo innamorato delle motociclette, si ritira dall’impresa nel 1934. L’anno seguente per la prima volta appare una SS a quattro porte e l’azienda decide per l’occasione un nuovo nome. La scelta è felicissima: é Jaguar, che evoca grazia felina, eleganza, velocità. I giornalisti vengono convocati all’Hotel Mayfair di Londra per la presentazione della nuova Jaguar SS, berlina da 2,5 litri, offerta a sole 395 sterline.

Intanto però si corre verso la seconda guerra mondiale. La SS produce sidecar per usi militari, oltre 10mila l’anno. Ma i suoi stabilimenti, come tutti quelli di Coventry, vengono pesantemente presi di mira dai bombardamenti tedeschi, tanto che nasce il termine “coventrizzare”, nel senso di distruzione, radere al suolo. Tutti, operai, impiegati, dirigenti, sono coinvolti nella difesa spasmodica di macchinari e linee di produzione, al punto da organizzare turni di sorveglianza continui a cui partecipa lo stesso Lyons. Il quale, per ottimizzare i tempi, si ingegna a mettere su carta insieme ai suoi collaboratori, il progetto di un nuovo motore. Questi schizzi, tracciati sotto i raid aerei tedeschi, trasformeranno l’azienda in una realtà mondiale.

 

La prima mossa del dopoguerra è comunque più di comunicazione che di produzione: si cancella il nome SS, tristemente evocativo di ben altro rispetto a vetture eleganti e veloci. L’azienda viene ribattezzata Jaguar Cars. Nel 1948, ecco il primo modello del dopoguerra: la Mark V, con sospensioni anteriori indipendenti e un nuovo motore. Ma viene anche presentato un modello sportivo, la XK 120, destinata a diventare una delle migliori auto sportive di tutti i tempi, inizialmente concepita per essere prodotta in numero limitato, estremamente comoda e dal costo limitato. A Jabbeke, in Belgio, Lyons la fa correre davanti ad una platea di giornalisti a 126 miglia orarie (il suo nome allude alla velocità massima, 120 miglia orarie), senza parabrezza raggiunge 133 miglia orarie. Gli ordini fioccano, e aumentano ancora dopo il debutto a Silverstone, dove riesce a classificarsi prima e seconda. Non è che l’inizio di un glorioso capitolo di affermazioni sportive. Nel 1950 tre XK partecipano alla estenuante 24 Ore di Le Mans e ottengono un risultato straordinario, ossia rimangono al comando per ben 21 ore. Al Tourist Trophy del 1950 Lyons decide di mettere una sua macchina nelle mani di un giovane pilota sconosciuto: Stirling Moss. Moss accetta, parte, vince.

 

Nel 1951 l’azienda si trasferisce a Browns Lane, vicino a Coventry. Intanto continua la singolare comunicazione della Jaguar: per presentare una versione coupé della XK120, l’auto viene guidata sull’autodromo di Montlhéry per sette giorni e sette notti, ad una velocità sempre superiore a 100 miglia orarie. Ci si rende però conto che è venuto il momento di produrre una vettura concepita esclusivamente per le gare. Nasce così la XK 120C, più nota come la C-Type, di cui si allestiscono tre esemplari per la 24 Ore di Le Mans del 1951. Vi partecipano Ferrari, Talbot e Cunningham. Ma sono le Jaguar che arrivano ad un passo da una storica tripletta, e devono accontentarsi “solo” del primo posto. Il colpo riesce in parte due anni dopo nel 1953, quando, anche grazie ai freni a disco, fino ad allora utilizzati solo sugli aerei, la Jaguar arriva prima, seconda e quarta. Vince anche nel 1955, l’anno più funesto nella storia della gara, per lo spaventoso incidente provocato da Levegh su Mercedes. E nel 1956 la Jaguar diventa la prima casa automobilistica a vincere nello stesso anno la 24 Ore di Le Mans e il rally di Montecarlo.

 

Gli anni Sessanta iniziano con l’acquisto della Daimler. Nel 1961 altro salto di qualità: un nuovo modello, all’avanguardia del settore sportivo di lusso, ossia la E-Type. E’ un’automobile bellissima, dalle linee sinuose e feline, che costa la metà di un’Aston Martin e un terzo di una Ferrari. Diventa l’auto più venduta nel Regno Unito e l’automobile straniera più popolare negli Stati Uniti.

 

A metà del decennio però William Lyons decide che la cosa migliore per il futuro della sua azienda è la cessione alla British Motor Corporation (1966), cosa che fa pur restandone per il momento alla guida. Nel 1968 viene presentata la XJ6: avrà un successo clamoroso, grazie anche al costo come sempre contenuto. Per la Jaguar comunque si avvicina la fine di un ciclo: l’anno dopo va in pensione William Heynes, l’ingegnere assunto da Lyons nel 1934, che ha davvero trasformato il modo di progettare le automobili. Nel 1972, dopo aver lanciato sul mercato la XJ12, trionfo di stile, prestazioni e comfort, anche Lyons, ormai settantunenne, si ritira.

 

Per la Jaguar inizia un lento e travagliato periodo di declino. La British Motor Corporation si fonde nel 1968 con la Leyland, dando origine alla British Leyland. Qualità delle finiture e affidabilità peggiorano, anche se gli ultimi modelli firmati da Lyons (la XJ del 1968 e il motore V12 del 1971) continuano a vendersi bene. Quando Lyons esce (1972) al suo posto si insedia Goeffrey Robinson. Escono nuovi modelli, ma tra mille difficoltà, scioperi, crisi finanziarie. Nel 1975, per salvare British Leyland dal fallimento, il governo britannico ne vara la nazionalizzazione. Ma con l’arrivo della Thatcher al potere, parte il piano di privatizzazioni. Anche la Jaguar cerca partner: si fa avanti la Ford, che ne decide l’acquisto, con l’assenso del governo britannico. La Jaguar dunque diventa americana, e con lei i marchi che si porta con sé come la Daimler, marchio di gran lusso. L’azienda subisce una drastica riduzione del personale, le vendite diminuiscono, si amplia la gamma verso il basso. All’interno della Ford, la Jaguar si ritrova in folta compagnia, con Aston Martin, Volvo e Land Rover (dal 2000). Tra queste due marche si creano sinergie, condivisione delle reti di vendita e distribuzione e anche componenti. Con tutto ciò, i due grandi nomi dell’auto britannica non producono profitti. Per questo non suscita sorpresa l’annuncio nel 2007 da parte della Ford del piano di vendita della Jaguar insieme alla Land Rover. La sorpresa però arriva con il nome dell’acquirente, il Tata Group, gigantesca holding industriale indiana di proprietà dell’uomo di affari Ratan Tata. L’operazione costa 3 miliardi di dollari, e suscita non poche perplessità, visto che la Tata ha una tradizione produttiva di autobus, camion, utilitarie, che pare aver poco a che fare con una casa simbolo di lusso, eleganza, esclusività. Ma in questo mondo globale tutto può succedere, anzi, molti osservatori già intravedono i segnali di una svolta, la riconquista di un carattere che ne ha fatto un mito per più di settant’anni.

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