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LA GUERRA SCOMBINA LE CARTE

 

Andare al fronte in taxi? No, non è una “boutade”. E’ l’unica maniera di salvare Parigi, la “ville lumière”, minacciata nel settembre del 1914, allo scoppio della Grande Guerre, dalle armate tedesche che marciano su di lei. Sembra impossibile fermarle. Il Governo francese ordina lo sgombero, i parlamentari si rifugiano a Bordeaux. L’unica è una disperata difesa: rastrellando caserme, ospedali, fabbriche e uffici lo Stato maggiore raduna trentamila uomini. Ma come portarli al fronte? A piedi non si farebbe in tempo, in treno non è più possibile. E allora, c’est vite fait: si requisiscono tutti i taxi della città, circa 1300, quasi tutti Renault AG. In ognuno si ammucchiano cinque riservisti, e via al fronte, a luci spente. E quindi dietrofront, a caricare altri riservisti, e così avanti, fino a scaricare in battaglia oltre diecimila uomini. Ed ecco il miracolo: il nemico sorpreso dall’improvvisa resistenza è costretto a ripiegare, il 7 settembre 1914 i taxi di Parigi hanno vinto la battaglia della Marna. Ma la Prima guerra mondiale vede anche un nuovo protagonista: l’aeroplano. Il “travaso” di conoscenza, uomini e tecnologia fra le quattro ruote ed il mondo dell’aria è intenso, e negli anni si svilupperà sempre più.

Un mezzo di trasporto, ritenuto fino a pochissimo tempo addietro un oggetto di divertimento per ricchi scioperati, si rivelava ora indispensabile alla condotta di una guerra che sin dall’inizio aveva sconvolto ogni passata esperienza militare, una guerra che inghiottiva ogni ora tonnellate di materiale e lasciava intravedere che la vittoria sarebbe toccata a chi meglio avesse resistito a quell’immane logorio. Mentre Germania e Inghilterra potevano contare su una attrezzatura industriale che aveva notevolmente contribuito alla potenza dei due paesi in periodo prebellico, Francia e Italia, se poterono far fronte alla situazione, lo dovettero in gran parte all’industria automobilistica. La sola Fiat, nei primi mesi del conflitto, riuscì a fornire all’esercito oltre duemila autocarri, mentre ne inviava 1700 ai nostri alleati, senza contare centinaia e centinaia di vetture. Agnelli, il fondatore della Fiat, validamente affiancato da Guido Fornaca, direttore generale della casa, si impegnò a fondo in questa battaglia e mise i suoi stabilimenti in grado di sfornare, oltre ai 176 veicoli quotidiani,  aerei, motori di aviazione, mitragliatrici, gruppi fotoelettrici. E, in proporzione, allo stesso sforzo sottostarono le altre case italiane, dalla Lancia alla Itala, dalla Spa alla Bianchi. L’industria automobilistica francese non fu da meno. La Marna aveva arrestato l’invasione ma un altro pericolo si profilava: era ormai chiaro che gli arsenali non producevano tante munizioni da soddisfare il consumo e le batterie francesi erano condannate al silenzio, entro breve tempo, ove non si fosse trovata una soluzione: raggruppò in consorzio diciotto case automobilistiche, le costrinse a convertire parzialmente la produzione e in un mese riuscì a consegnare giornalmente all’esercito diecimila granate. Poi, quando il fronte si fu stabilizzato e crebbe a dismisura il volume di fuoco, un giovane ingegnere – André Citroen che si trovava allora alla testa di una fabbrica di ingranaggi a V (che poi daranno il marchio alla Citroen) – propose al Ministero un piano di fabbricazione di granate ispirato ai criteri produttivistici americani. In cinque mesi l’uomo che rivoluzionerà l’industria automobilistica francese riuscì a costruire un grandioso stabilimento e  produrre duemila granante al giorno, produzione che due anni dopo doveva raggiungere le cinquantamila unità.

Lo sforzo dell’industria italiana durante la prima guerra mondiale fu immenso: l’industria automobilistica riuscì a coprire l’intero fabbisogno nazionale e ad alimentare una larga corrente di esportazione verso i paesi alleati, soccorrendoli in questo campo essenziale. Dobbiamo inoltre aggiungere la produzione di motori di aeroplano, che fece dell’Italia la prima potenza aerea del mondo, per numero e qualità di apparecchi: alla fine della guerra l’Italia disponeva di 35.000 autocarri e 1775 aeroplani perfettamente efficienti, nonostante le ingentissime distruzioni avvenute durante il conflitto. Sorta quasi per gioco dalla volontà di alcuni appassionati nel 1899, venti anni dopo l’industria automobilistica italiana permetteva al nostro Paese di sedersi tra le Grandi Potenze, al tavolo della pace di Versailles. Il nostro Risorgimento, cominciato con le ferrovie, si era vittoriosamente concluso con l’automobile.

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