Le Esposizioni Internazionali di Torino

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Osservando le immagini che riproducono viste della Torino del 1898 e del 1911, durante le Esposizioni Internazionali, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una immensa, magnificente, città di cartapesta. Uno spettacoloso set cinematografico, perfetto ma finto, di cui si scruta ogni angolo per scoprirvi il filo elettrico che non c’entra, la facciata di cartone messa davanti al nulla.

 

Perché non possono essere altro che di cartone, meravigliosi ma finti, quegli splendidi palazzi che costeggiavano le due rive del Po per chilometri, da una parte e dall’altra, dedicati alle più svariate attività umane, ai paesi più lontani ed esotici, alle meraviglie di casa nostra. Trionfi di colonne, di marmi, fontane monumentali, ponti sopraelevati a due piani, chioschi, padiglioni, ricostruzioni di villaggi interi…

 

Difficile dire quanti visitatori si rendono invece conto che non è così. Quei Palazzi, quei Padiglioni, quei chioschi (termine che oggi usiamo per indicare un’edicola e che allora descriveva una costruzione di impareggiabile eleganza) non sono finti. Venivano costruiti a tempo di record, abbattuti, ricostruiti ancora più belli e fastosi per l’Esposizione successiva, abbattuti, e così via, in una rincorsa folle da cui si è salvato ben poco, per quella usuale presunzione umana che la vita continui in eterno, che il futuro non possa che essere più bello del presente, dunque perché conservare, mantenere, venerare.

 

Non si è salvato dall’oblio nemmeno un nome degli innumerevoli, oscuri artigiani che hanno dato vita a queste incredibili realizzazioni architettoniche. Torino, l’Italia, il mondo allora godevano di una manualità straordinaria, di un artigianato di genio che avrebbe ricostruito il veneziano Teatro della Fenice, ora perduto per sempre, senza clamori, e senza problemi. D’altronde queste schiere di decoratori, scultori, pittori, muratori, giardinieri, architetti ed ingegneri si muovevano in una città viva, attenta a se stessa, con dei progetti, degli obiettivi, dei piani precisi voluti e discussi dalla cittadinanza intera. “Torino, la cui popolazione è raddoppiata negli ultimi cinquant’anni, ha saputo risolvere i più importanti problemi edilizi. Per merito delle successive Municipalità…la città si è dotata di un apparato concettuale, economico, sociale che si adatta mirabilmente alle sue esigenze. Nessuno dei grandi servizi pubblici – istruzione, assistenza, illuminazione, trasporti, acqua, sanità – è stato trascurato… Sono stati aperti dispensari, ricoveri, ospedali; sono state tracciate innumerevoli canalizzazioni, i tramway elettrici sono stati in parte municipalizzati, e le linee tramviarie sono state sviluppate soprattutto verso la periferia; si sono costruiti acquedotti e fognature…si sono avviati numerosi lavori artistici, quale il nuovo ponte sul Po, sono stati creati parchi e giardini, sono state costruite case popolari”. Questo il giudizio dei rappresentanti della Municipalità di Parigi all’Esposizione del 1911, persone sicuramente abituate al bello, allo sfarzo e alla magnificenza.

 

In effetti l’Esposizione del 1911, ideata ed organizzata per celebrare il cinquantenario dell’Unità d’Italia di cui Torino era stata artefice, suggellò il grande processo di rinnovamento avviato dalla Città dal momento della sua crisi più buia, la perdita del rango di Capitale d’Italia. E’ del 1865 (un anno dopo il passaggio della capitale da Torino a Firenze) l’”Appello diretto agli Industriali esteri e nazionali”. Pubblicato in quattro lingue dagli amministratori municipali e da associazione cittadine, prospettava i vantaggi per gli imprenditori che avessero investito a Torino: agevolazioni fiscali e daziarie, disponibilità di terreni, servizi pubblici di distribuzione di energia a costi contenuti, una rete ferroviaria in espansione, la presenza di una manodopera alfabetizzata e professionalmente capace. Certo, la nascita e lo sviluppo dell’industria automobilistica sono ancora lontani; ben più vicini, e forieri di crisi,  sono i pesanti effetti della depressione internazionale, dell’introduzione delle tariffe doganali, della guerra commerciale con la Francia, che sul Piemonte avrà esiti catastrofici. Ma arrivati alla svolta del secolo, i primi segnali di una ripresa, con l’adeguamento delle infrastrutture cittadine al passaggio da capitale politica a metropoli industriale, sono molto chiari, e lo testimonia la prima delle due Esposizioni che la mostra “Torino all’alba della Fiat” presenta, quella del 1898, per il cinquantenario dello Statuto Albertino.

 

Proprio nel 1898, per esempio, si avvia l’elettrificazione della rete tramviaria, e più in generale la produzione di energia elettrica, della cui importanza nella trasformazione della vita comune, quotidiana, forse oggi stentiamo a renderci conto. E’ una realtà cittadina in profondo mutamento, di cui i segnali più vistosi ed appariscenti sono le prime automobili, per esempio quelle di Michele Lanza, che  aveva presentato la sua prima vettura già tre anni prima. Il velocipede si trasforma in bicicletta, e non è cosa da poco, perché significa che uno strumento per pochi acrobati diventa mezzo di trasporto di massa. E se nell’Esposizione del 1884 il telefono era comparso come curiosità, sotto forma di impianto a circuito chiuso a disposizione dei soli visitatori, nel 1898 la “Società telefonica Italo – Americana per l’esercizio del telefono Bell” conta ormai un migliaio di abbonati.

 

A questo scenario in divenire l’ Esposizione conferisce la spinta decisiva, suggerisce la strada da percorrere. Che è senza dubbio anche quella, metaforica e non, che dalla bicicletta conduce all’automobile. Emblematico il caso di Giovanni Ceirano, da anni costruttore di biciclette Welleyes, su licenza, successivamente importatore dei motocicli “Gladiator”, e quindi  costruttore in proprio di automobili, anch’esse chiamate Welleyes. Si può persino supporre che a spingere Ceirano su questa strada abbia contribuito la sua partecipazione alla corsa automobilistica da Torino ad Alessandria e ritorno, svoltasi nell’ambito dell’Esposizione, che anche in questo caso avrebbe svolto un ruolo da suggeritore, se non trainante.

 

Ceirano non è il solo. Anche la ditta “Bender & Martiny” dall’importazione di biciclette passa a quella dei tricicli e motocicli “Perfecta”, e poi alla produzione di abbigliamento sportivo, tra cui “un nuovo impermeabile per autos, il quale all’aspetto elegante unisce il merito della praticità, perché è adatto ad ogni clima, da spiaggia estiva come da montagna” Difficile immaginarsi uno indossare l’impermeabile su una spiaggia italiana d’estate, ma per l’eleganza si fa tutto.

 

Anche l’Officina Emanuel, dell’ingegner Rosselli, è in grado di proporre alla sua clientela una vetturella; così come lo stravagante Lanza, già citato, che a margine della sua attività di imprenditore rinomato per le candele steariche costruisce automobili, anche se non le finisce mai.

 

Denominatore comune di queste prime imprese automobilistiche è di essere “altro”, officine meccaniche in cui si costruisce un po’ di tutto, quindi “anche” automobili. Si trattava soltanto di una diversificazione produttiva. Diversissimo il caso di Fiat. Fiat nasce per una produzione esclusivamente automobilistica, si presenta fin dai primi momenti come struttura industriale compiuta. Fin dall’inizio non si occupa di biciclette (lo farà nel 1914, a fama già consolidata), né di automobili elettriche o a vapore, benché Bricherasio ne avesse sostenuto la validità. Su questa opinione prevale il parere contrario di Agnelli, e la Fiat punta subito tutto sulla vettura a benzina. Nello stesso modo si comporta in quanto a sede: non occupa capannoni o edifici di fortuna, bensì progetta e fa costruire fabbricati previsti appositamente per la costruzione di automobili. Già nel primo Consiglio di Amministrazione, tenutosi lo stesso giorno della costituzione (11 luglio 1899), a chi propone di intraprendere subito la fabbricazione di automobili, rilevando o affittando lo Stabilimento Ceirano (l’Avvocato Cesare Goria Gatti), si obietta che “nell’attuale Stabilimento Ceirano non vi era mezzo di intraprendere una lavorazione così accurata come propone il nuovo stabilimento”. Infatti, si aggiunge che “i motori costruiti dalla Ditta Ceirano peccano di non troppa finitezza”.

 

Vi è un nesso diretto, anche se soltanto simbolico, tra l’Esposizione del 1898 e la nascita della Fiat. Il nuovo stabilimento viene infatti eretto in corso Dante, proprio sull’area che l’anno precedente aveva ospitato la “Galleria del Lavoro” dell’Esposizione (questo a conferma della strabiliante rapidità con cui i sontuosi palazzi venivano costruiti e distrutti). Il nesso diventa poi ancora più stretto, sorprendentemente, con l’Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna, del 1902.

 

Fu l’evento che sancì il trionfo del liberty in Italia. Uno degli assunti della nuova arte proposta dall’Esposizione era il principio della riproducibilità. L’opera d’arte, da espressione unica ed irripetibile della creatività umana, diventa riproducibile in un numero illimitato di esemplari. A questo provvedeva il progresso tecnologico che all’Esposizione aveva il suo giusto riconoscimento proprio nella “mostra degli automobili”. In questo modo il cerchio si chiude, e l’automobile è intesa e proposta come l’opera d’arte replicabile per eccellenza.

 

Per concludere, non è il concatenarsi di combinazioni fortuite o l’incaponirsi di qualche testardo imprenditore a spiegare lo sviluppo che l’industria automobilistica, trainata dalla Fiat, ebbe a Torino più che altrove. Un ruolo di primo piano fu svolto dalle Amministrazioni Comunali che, in particolare sotto la guida del sindaco Frola (1903-1909) sfruttarono tutte le opportunità loro offerte dalla legge del 1903 sull’assunzione diretta dei servizi da parte dei Comuni. Viene assunta per esempio da parte del’Amministrazione Civica la gestione diretta dell’erogazione del gas per l’illuminazione pubblica e per la fornitura di forza motrice. Il gas era infatti comparso a Torino, illuminando vie e piazze, nel 1838 (prima città in Italia e quarta in tutta Europa), grazie ad un ingegnere lionese, Hippolyte Gauthier. Dalla originaria Società Anonima per l’Illuminazione della Città di Torino nasce poi l’Italgas che nel 1898 aveva già dimensioni ragguardevoli e che, cosa che più importa per cogliere l’atmosfera subalpina di quegli anni, è sostenuta da capitali francesi, tedeschi, belgi, svizzeri. Questa internazionalità di capitali non è un caso isolato. La Società Anonima Elettricità Alta Italia nasce a Torino nel 1896 per iniziativa del gruppo tedesco Siemens-Halske, e i suoi impianti saranno utilizzati per la prima rete di illuminazione pubblica e privata della città. E con i capitali di un gruppo svizzero-tedesco si costituisce anche la Società Elettrochimica di Pont-Saint-Martin, destinata a trasformarsi, dopo la guerra, nella SIP, Società Idroelettrica Piemonte, uno dei più importanti gruppi elettrici e telefonici del paese con sede a Torino. Con un referendum tenutosi nel 1905 si costituisce infine l’Azienda Elettrica Municipale, e la prima conseguenza è un deciso abbassamento del prezzo dell’energia.

 

In occasione della Esposizione del 1911 gli scenografici Padiglioni edificati lungo i viali del Valentino vennero illuminati dalla luce elettrica, aggiungendo meraviglia a meraviglia. Ne godettero il Padiglione della Francia, Ungheria, America Latina, Brasile, Belgio, Stati Uniti, Inghilterra, Turchia, Serbia, Russia, Germania, Cina, Giappone, Persia, Siam, Argentina, tutti Palazzi di pietra e marmo, perfettamente arredati ed allestiti anche all’interno;  e se non bastava a stordirsi, c’era anche il Castello d’Acqua, il Ponte e la Fontana Monumentali, il Cinematografo Ufficiale, la Kermesse Orientale, le Funicolari elettriche aeree, il Padiglione Egiziano, i vaporetti sul Po, i Gabinetti di Scrittura, i Ristoranti Popolari e quelli di lusso…

 

Lo scoppio della guerra di Libia, che nessuno osò definire umanitaria ma rispondeva a precise ambizioni colonialistiche dell’Italia, fece chiudere in anticipo i Padiglioni della Turchia. Nesuno dei sette milioni di visitatori dell’Esposizione se ne rese conto, ma era il segnale di chiusura anche per la Belle Epoque, spazzata via dal primo conflitto mondiale, di cui la guerra libica era sinistra ed inavvertita anticipazione.

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