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IL GRANDE GARAGE DEL FUTURO

 

QUANTO futuro nel nostro passato…Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e fino in America, centinaia di uomini fiduciosi nelle grandi possibilità aperte dall’invenzione dell’automobile  inventarono un mestiere nuovo, si improvvisarono imprenditori, ingegneri, costruttori, carrozzieri, pubblicitari…e misero in piedi una miriade di imprese automobilistiche, reclutando i più abili ed esperti operai ed artigiani, per dare vita al loro grande sogno: costruire un’automobile, darle il proprio nome e venderla nel mondo. Questo accomunava Benz (D) e Renault (F), Ceirano (I) e Levassor (F), De Dion (F) e Stanley (USA), Peugeot (F) e Bernardi (I), Eli Olds (USA) e Prinetti (I), Austin (GB) e Lanza (I) …La Fiat, invece, è diversa: nasce già grande. Ma questa è un’altra storia…

 

 

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L’Auto Garage Storero in corso Massimo d’Azeglio a Torino, all’inizio del Novecento

 

 

Se prendiamo il 1902 come anno di riferimento, possiamo avere un’idea precisa dell’enorme cambiamento impresso al nostro modo di vivere dalla diffusione dell’automobile. In quell’anno furono prodotte 350 vetture, 1100 i veicoli in circolazione in tutta Italia, pari ad una densità di uno ogni trentamila abitanti (la popolazione era infatti di 33 milioni 700.000).  Dunque un mondo sostanzialmente  SENZA macchine.

 

 

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Lo stabilimento dell’Isotta Fraschini a Milano nel 1906

 

 

Il diritto di voto riguardava soltanto gli uomini (non le donne) in grado di leggere e scrivere: pochissimi, dunque, perché nonostante una legge del 1859 sull’obbligatorietà dell’istruzione scolastica fino ad otto anni, quasi nessuno andava a scuola. Solamente nel 1912 poterono andare al voto anche gli analfabeti (maschi).

Proprio grazie al lavoro dei bambini e delle donne (sul quale fu approvata una legge proprio nel 1902, che però non prevedeva neppure il riposo domenicale), l’industria crebbe, soprattutto al Nord. Sono 117.300 le imprese nel 1902, e diventano 244.000 in meno di dieci anni, nel 1911. Di queste, una quota enorme è priva di  forza motrice (nel 1911, 191.000 su 244.000) il che dimostra l’arretratezza del sistema.

 

 

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L’interno della Fabbrica Rapid, a Torino, nel 1905

 

 

Ma la successiva e vertiginosa crescita economica, sia quantitativa sia qualitativa, che segna il traumatico passaggio da una economia rurale ad una mista, era dietro l’angolo, e “complice” fu proprio l’industria automobilistica, traino dell’intero settore industriale. In mezzo secolo gli occupati nell’industria passarono da 1.275.000 registrati nel 1902 a 2.304.000 nel 1911, a 3.667.000 nel 1951. Si tratta di un grande aumento effettivo, non determinato soltanto dal semplice espandersi della popolazione: infatti dai 33,7 milioni di abitanti del 1902 si passa ad una popolazione di 47,5 milioni nel 1951, un aumento ben inferiore, percentualmente, a quello degli occupati.

 

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L’interno della fabbrica milanese Isotta Fraschini, nel 1907

 

 

L’analisi del 1902 ci restituisce un mondo difficile, faticoso, fatto prevalentemente di povertà, analfabetismo, sfruttamento, miseria, emigrazione. Nel solo 1902 sono costrette a varcare i confini nazionali 615 mila persone, e così sarà tutti gli anni fino allo scoppio della Guerra. Il record è nel 1913: 872.598 italiani andranno a cercare fortuna all’estero, principalmente negli Stati Uniti o in Argentina.

Dell’automobile si parlava e si sognava ma… era appannaggio di pochissimi.

 

 

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Un gruppo di automobilisti nel 1902 circa

 

 

In ogni caso, per quanto ostacolate, vessate, tassate e costosissime, le mille e cento vetture circolanti in Italia all’inizio del Novecento, e quelle in circolazione nel resto d’Europa, sono la sparuta e coraggiosa avanguardia di un esercito che invaderà il mondo e sbaraglierà ogni previsione. Sono loro il futuro del nostro passato…

 

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