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I GIOVANI CONQUISTANO IL MONDO

 

Siamo tutti figli dei figli dei fiori. Se oggi la libertà d’espressione e di manifestazione è unanimamente riconosciuta nella nostra società, se si è diffuso una crescente accettazione dei diritti dei “diversi” e delle scelte personali, se la libertà sessuale si è notevolmente espansa, se oggi possiamo vestirci seguendo unicamente il nostro gusto, se la parola “alternativo” non è più un insulto o una colpa, se il movimento pacifista ha acquistato legittimità di espressione…è anche merito di quei ragazzi allampanati,  barbuti e con i capelli lunghi, vestiti con jeans a zampa d’elefante, coloratissime camice di cotone indiano, indumenti stinti o colorati a batik, sandali e bandane, che bruciavano le cartoline di chiamata alla leva e predicavano il libero amore. Ragazzi che amavano la musica psichedelica sopra ogni cosa, che vivevano di nulla, che avevano fatto del viaggio (interiore ed esteriore) il principale obiettivo di vita.

Gli hippies, gruppo di cultura alternativa che si manifestò negli Stati Uniti nei primi anni sessanta, erano sostanzialmente giovani bianchi tra i 15 e i 25 anni che respingevano con forza le istituzioni, criticavano i valori della classe media, erano contrari alle armi nucleari e alla guerra in Vietnam, abbracciavano aspetti della filosofia orientale, praticavano la libertà sessuale, erano spesso vegetariani e ambientalisti, vivevano frequentemente in comunità (comuni), dove circolava molta droga, marijuana e LSD. Il loro stile di vita era improntato al pacifismo: predicavano l’amore, la fratellanza e la libertà personale, una ideologia forse incarnata al meglio dalla famosissima canzone dei Beatles “All you need is love”. Respingevano ogni dottrinarismo autoritario, rivendicavano il diritto a vivere come volevano, si ispiravano a Gesù Cristo, al Buddha, a San Francesco d’Assisi, a Gandhi, in un allegro e colorato ecumenismo.

L’eredità che gli hippies hanno lasciato alla nostra società è molto consistente, anche se difficilmente coloro che sono giovani oggi sono in grado di ravvisarla. Le dimostrazioni politiche e pubbliche ora sono considerate libere espressioni legittime. Coppie non sposate si sentono libere di convivere e magari avere figli senza per questo incontrare disapprovazione dalla società. E’ diventato accettabile parlare di tematiche sessuali anche a scuola, e i diritti degli omosessuali e dei transessuali si sono espansi. Si accetta più facilmente la diversità religiosa e culturale. Le cooperative e le comunità sono considerate forme legittime di lavoro e di vita. Vi è un grande interesse verso il cibo naturale e macrobiotico, i rimedi a base di erbe, una medicina non invasiva. La stessa velocissima espansione di internet ha le sue radici nella cultura anti-nazionalistica e anti-autoritaria degli hippies. E poi vi è la concezione del viaggio, uno degli elementi caratteristici della cultura hippy. Il nomadismo era inteso come contrapposizione creativa alla vita regolata (da regole altrui), alla pianificazione, alla successione di eventi uguali e opprimenti. Viaggiare diventava un modo per estendere la filosofia della condivisione e la visione comunitaria al mondo intero, per cementare i rapporti, vivere esperienze perennemente nuove, aprirsi al mondo esterno. Il furgone della Volkswagen divenne un’icona, un simbolo della controcultura hippy. Spesso ridipinto con grafica psichedelica, o comunque personalizzato con decorazioni a mano, permetteva ad interi gruppi di amici di viaggiare economicamente e di condurre una vita vagabonda, all’insegna dell’improvvisazione e del “lasciarsi fluire”. Lo stesso logo della VW si prestava ad essere facilmente trasformato nel logo della pace. Per questi motivi il furgone-pulmino della VW si diffuse rapidamente, trasformandosi in molti casi in case mobili viaggianti, pronte a spostarsi da un luogo di aggregazione (temporanea) ad un altro: dal Monterey Pop Festival al Festival dell’Isola di Wight, allo Stonehenge Free Festival, al concerto di Woodstock, alle innumerevoli marce della pace su Washington. E soprattutto in India, il viaggio più memorabile, nell’immaginario hippy, che condusse migliaia di giovani, tra il 1969 e il 1971, in India, via terra, da Istanbul attraverso la Turchia, l’Iran, il sud dell’Afghanistan e il Pakistan.

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